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Tre cose che nessuno dice sulla Catalogna

Scritto il . Postato in Articoli

2 Ottobre 2017

Premesso che le immagini degli scontri che ci sono arrivate ieri da Barcellona sono una brutta pagina della politica spagnola e che Rajoy, a mio avviso, ha fatto un errore ad adottare una linea così dura (trasformando in martiri persone che fino ad oggi si sono comportate in modo assai poco responsabile), ci sono però tre cose sul referendum di ieri di cui non mi pare nessuno abbia parlato e che invece vorrei sottolineare.

La maggioranza dei catalani NON è secessionista. Nel 2015, appena due anni fa, alle elezioni catalane, la grande coalizione delle forze indipendentiste ha ottenuto il 39.5%. Un dato certamente enorme, ma resta il fatto che la maggioranza dei catalani non è per la secessione. Gli independentisti hanno tutti i numeri per stare al governi del Paese, ma non possono dire che “tutto il popolo catalano vuole l’indipendenza”, perchè non è così.

I politici Catalani oggi dipinti come martiri sono gli stessi che hanno governato la Catalogna negli ultimi anni affrontando la crisi economica con un piano di tagli alla sanità, all’istruzione e ai servizi sociali tra i più alti di tutta la Spagna, aggravando disagi e diseguaglianze e poi sviando l’attenzione dell’opinione pubblica con la bandiera dell’indipendentismo, scaricando su Madrid la colpa di politiche certamente restrittive ma che loro hanno reso ancor più draconiane in modo quasi scientifico. Negli anni 2009-2015 hanno operato tagli complessivi a snità, istruzione e spese sociali per oltre il 26% (si veda grafico in fondo al post). La sanità, da sola, è stata tagliata del 31%, ed ulteriormente privatizzata, le tasse universitarie sono state aumentate del 158%, più di ogni altra regione, e la Catalogna è stata leader negli sfratti dei proprietari di case che non riuscivano a pagare i mutui, senza mettere in campo compensazioni in termini di politiche abitative (spianando la strada alla vittoria di Podemos e di Ada Colau come sindaco di Barcellona). Per non parlare degli scandali di corruzione in cui è coinvolto lo stesso Artur Mas, ex-presidente della Generalitat che in questi giorni ha sfilato accanto a Puigdemont come un martire caduto per l’indipendenza e la libertà. In realtà è un politico che stava cadendo per le indagini giudiziarie, risuscitato dall’ideologia indipendendista.

I due milioni e passa di votanti declamati ovunque anche sui nostri giornali sono un numero che non ha nessuna base solida, verificata o verificabile. E’ una sorta di “autocertificazione” del Governo della Catalogna, sugli esiti di una consultazione realizzata senza registri elettorali, senza alcun controllo, in cui chiunque poteva votare più volte, in cui le schede venivano scrutinate non si sa come e da chi. Non mi capacito come giornali anche seri continuino ad utilizzare questo dato come significativo di alcunchè.

A questi 3 fatti aggiungo una considerazione su cui in Italia quasi nessuno sembra voler riflettere.

Le città creative vincono la crisi

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di Irene Tinagli,

pubblicato su La Stampa Origami del 31 Agosto 2017

La crisi finanziaria non ha soltanto spazzato via aziende, negozi e banche, ma ha anche cambiato la nostra visione dell’economia, cambiando le priorità, le scelte di investimento e di politica economica. Prima della crisi le parole d’ordine erano talento, merito, innovazione e creatività. Con la crisi, inevitabilmente, queste parole sono state messe da parte, considerate un lusso che non ci si poteva permettere in periodi di vacche magre. Eppure, un’analisi più attenta delle dinamiche di sviluppo economico locale ci mostra che le città più “creative” sono quelle che hanno sofferto meno durante la crisi o che, comunque, si sono riprese prima e meglio.

Analisi condotte da ricercatori dell’Università di Toronto e di Los Angeles su centinaia di aree metropolitane negli Stati Uniti negli anni dal 2007 al 2011 hanno mostrato che le città con elevate concentrazioni di “classe creativa” e con una economia molto forte nei settori a più alta intensità di creatività (imprenditoria diffusa ma anche professioni intellettuali, finanza, marketing, arte e cultura, design, informatica) sono anche le città che hanno più rapidamente recuperato terreno, quelle in cui il valore degli immobili si è ripreso per primo, e che per prime sono tornate ad attrarre talenti ed investimenti.

Sospendere il Fiscal Compact: perchè no

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Corriere della Sera, L'Economia, 17 Luglio 2017

di Irene Tinagli 

Su un punto Renzi ha ragione: le regole di cui si dotano gli uomini non sono intoccabili, possono essere cambiate. Anzi, in alcuni casi è auspicabile che lo siano alla luce dell’evoluzione del contesto o dei limiti che hanno mostrato. Dobbiamo ricordare però che le regole nascono per un motivo. E per quanto imperfette, ridicole o irragionevoli possano apparire, i motivi che hanno portato ad adottarle solitamente non lo sono.

Il Fiscal Compact nacque per avviare un percorso serio e credibile di consolidamento fiscale nei Paesi che a fine 2011 si trovarono in grave crisi finanziaria (incluso il nostro) e ristabilire all’interno dell’Unione quella fiducia necessaria per adottare una serie di azioni volte a ridare stabilità al sistema monetario europeo. Era evidente allora come adesso che non può esserci fiducia nè condivisione dei rischi se prima non c’è una riduzione di quegli stessi rischi da parte dei Paesi più esposti.

La prima domanda da porsi quindi è: cosa succede a quel delicato meccanismo di fiducia se facciamo saltare le regole che in un certo senso fungono da garanzia?

Generazione sandwich sotto pressione

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da Origami del 29 Giugno 2016

 

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Ogni età ha le sue gioie e i suoi dolori, le sue opportunità e i suoi problemi, a volte leggeri e superabili, altre volte, invece, pesanti come macigni. Si parla spesso del dramma dei ventenni e dei trentenni, che devono fronteggiare tassi di disoccupazione molto alti e una difficoltà crescente a trovare un percorso professionale gratificante all’interno di un mercato del lavoro sempre più complesso e imprevedibile. Si parla dei sessantenni che vedono scemare le possibilità di prepensionamenti e allontanarsi l’età della pensione. Si parla dei settantenni ancora in gamba ma che fanno fatica mantenere uno stile di vita dinamico con pensioni sempre più magre e se ne vanno all’estero.  Ma non si parla quasi mai dei quaranta-cinquantenni.

Oltre il Jobs Act: nuove misure per il lavoro

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da L'Economia del Corriere della Sera

26 Giugno 2017

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Caro Direttore,

nel momento in cui il governo avanza nuove idee per sostenere l’occupazione è importante aprire un dibattito serio sugli strumenti da mettere in campo. Per questo ho appezzato molto l’articolo di Dario Di Vico di lunedì scorso sulle ipotesi di possibili correttivi al Jobs Act.

Credo tuttavia che la prima cosa che tutti noi dovremmo fare sia evitare la tentazione di una riedizione degli sgravi del Jobs Act, una sorta di “Jobs Act 2.0”. Quelle misure erano e devono restare temporanee. Il loro obiettivo era dare una scossa ad un mercato del lavoro in crisi da troppo tempo.