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Generazione sandwich sotto pressione

Scritto il . Postato in Articoli

da Origami del 29 Giugno 2016

 

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Ogni età ha le sue gioie e i suoi dolori, le sue opportunità e i suoi problemi, a volte leggeri e superabili, altre volte, invece, pesanti come macigni. Si parla spesso del dramma dei ventenni e dei trentenni, che devono fronteggiare tassi di disoccupazione molto alti e una difficoltà crescente a trovare un percorso professionale gratificante all’interno di un mercato del lavoro sempre più complesso e imprevedibile. Si parla dei sessantenni che vedono scemare le possibilità di prepensionamenti e allontanarsi l’età della pensione. Si parla dei settantenni ancora in gamba ma che fanno fatica mantenere uno stile di vita dinamico con pensioni sempre più magre e se ne vanno all’estero.  Ma non si parla quasi mai dei quaranta-cinquantenni.

Forse perché sono quelli che, sulla carta, presentano meno problematiche: non solo hanno elevati tassi di occupazione ma anche i redditi più alti rispetto ad altre fasce d’età. Si tratta d’altronde dell’età in cui si è spesso all’apice della carriera, con ruoli di crescente responsabilità e salari migliori. Si tratta però anche dell’età in cui ci si trova spesso in situazioni familiari delicate e complesse, schiacciati tra le esigenze di figli non ancora autonomi ed indipendenti (anzi, sempre più piccoli e “bisognosi” di cure e attenzioni visto l’aumento costante dell’età in cui si ha il primo figlio), e genitori anziani che non solo non riescono più ad essere di aiuto in famiglia, ma che hanno bisogno essi stessi di cura e di attenzioni. Questo schiacciamento tra esigenze di genitori e figli è quello che ha dato il nome alla cosiddetta “generazione sandwich”.  È comprensibile che, di fronte a schiere di giovani disoccupati incapaci di progettare un futuro o di anziani che non riescono ad arrivare a fine mese, sia l’attenzione dei media che, spesso, anche del legislatore tenda a concentrarsi soprattutto su queste due categorie tralasciando la fascia di mezzo. Ma il fenomeno non va sottovalutato, per vari motivi. Un primo motivo è strettamente economico: per quanto i quarantenni e cinquantenni siano quelli con i redditi più alti è anche vero che prendersi cura di figli e genitori contemporaneamente comporta costi aggiuntivi non indifferenti che possono far scivolare molte famiglie nel rischio povertà, rendendo poi necessari interventi pubblici di sostegno e assistenza (non è un caso se lo strumento di lotta alla povertà appena varato dal Governo si pone come priorità quella assistere i nuclei famigliari con figli minori, proprio perché ci si è accorti del pericoloso trend di aumento della povertà tra famiglie con bambini). E questo fenomeno è solo destinato ad aumentare, perché, visti i trend demografici, i cinquantenni di domani avranno figli più piccoli e genitori più vecchi, quindi entrambi con esigenze più pressanti.  Un secondo motivo è che anche laddove non intervengano problemi di natura immediatamente economica intervengono problemi di altra natura, non meno preoccupante: aumento di stress, ansia, depressione, stili di vita poco sani, malattie cardiovascolari e altri disturbi correlati. Già da alcuni anni le ricerche ci dicono che i lavoratori quarantenni-cinquantenni, soprattutto le donne, sono di gran lunga quelli che mostrano i livelli di stress più elevati, legati proprio alla difficoltà di gestire responsabilità crescenti sia sul fronte professionale (con ritmi di lavoro altissimi) che quello privato. Con quello che tutto ciò comporta in termini di ripercussioni sulla salute, la stabilità familiare e altre problematiche.

Insomma, si tratta di un fenomeno da non sottovalutare, che richiede l’attenzione delle istituzioni per creare ambienti di lavoro e di vita più flessibili, servizi più personalizzati, un welfare strutturato in modo diverso, con un coinvolgimento maggiore anche di imprese e del terzo settore. In realtà alcuni dei provvedimenti varati negli ultimi anni hanno già messo i primi mattoni di un nuovo sistema: per esempio la normativa sul lavoro agile, gli sgravi per incentivare il welfare aziendale, la riforma del terzo settore, la ridefinizione dei livelli essenziali di assistenza, sono tutti strumenti che vanno in questa direzione. Adesso però occorrerà un grande sforzo da parte di tutti – imprese, associazioni, sindacati, enti locali - per far sì che le norme nate sulla carta prendano vita e diventino una realtà che migliora davvero la qualità della vita dei cittadini.